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Italia > Tarvisio e dintorni
Una stretta via adornata da fiori alle porte e ai davanzali delle finestre con i bella mostra due murales dipinti sulle facciate.

I murales di Dozza

Foto commentate di alcune opere del borgo

Ci sono motivi di rilievo per visitare Dozza, una piccola cittadina medievale dell’Emilia-Romagna, che oltre ad essere ben conservato, ha una splendida Rocca Sforzesca. Vale la pena girare per il borgo perdendosi tra le sue piccole viuzze e ammirare i circa 200 murales dal valore artistico inestimabile. Immaginate di addentrarvi in una sorta di antologia a cielo aperto di dipinti che entrano in armonia con le case, i portici, le finestre i portoni, trasformandosi in arredo e riqualificazione urbana, dando rilevanza turistica e culturale a questo meraviglioso borgo.
Tutto iniziò nel giugno del 1960 tramite la storica Rassegna del Muro Dipinto, nata da un'idea di Tomaso Seragnoli. In verità, l'evento prevedeva un concorso di pittura in concomitanza con altre manifestazioni dell'epoca; ma il successo inaspettato di quell'evento portò gli artisti ad abbandonare tele e cavalletti per dipingere direttamente sui muri delle case.
Anche i murales ebbero un grande successo, al punto che la manifestazione divenne biennale: "La Biennale del Muro Dipinto".
Da oltre mezzo secolo, il progetto coinvolge pittori di fama nazionale e internazionale, facendo evolvere continuamente il borgo con nuove opere che si aggiungono a quelle storiche.

"Arcobaleno" - Alfonso Frasnedi

Di fronte alla Rocca, lungo Via XX Settembre, uno degli assi principali del percorso dei murales di Dozza, troverete un esempio tipico della filosofia del Muro Dipinto, in cui finestre, persiane, archi e facciate vengono incorporati nell'opera anziché nascosti. Il risultato lascia stupefatti.
Si vedono diversi elementi e figure, non sempre di facile interpretazione. Al centro della fascia superiore compare una grande forma bianca e grigia, morbida e vaporosa, come una nuvola, un velo o una figura onirica. Al suo interno si nota una linea a spirale. La spirale è spesso associata a memoria, movimento, crescita o musica.
Poi vi sono altre figure ai lati come fossero ricordi o apparizioni.
Il colore blu appare dominante, come un sogno, come un cielo mentale più che reale.
Le finestre con gli sportelli verdi non sono nascoste: diventano elementi della composizione, come accade spesso nei murales di Dozza.
E poi L'arco che ha l'ovvio significato di una soglia: passerete sotto il dipinto entrando in uno spazio speciale, pieno di fantasia e immaginazione all'interno di un borgo reale.
"L'Angelo di Dozza" (1993) - Giuliana Bonazza
“L’Angelo di Dozza” è uno dei murales più celebri e riconoscibili del borgo di Dozza. Il murale si sviluppa attorno a una porta di un'abitazione, che non viene nascosta ma diventa parte integrante della composizione. Una grande figura fantastica dai toni rosa e pastello avvolge il portone con un gesto protettivo, quasi un abbraccio. La forma sinuosa del corpo e la lunga coda decorata, come simile a quella di un pavone, rendono importante il portone e la facciata dell'abitazione.
L'immagine viene spesso interpretata come uno spirito custode del borgo: una creatura benevola che protegge la casa, chi la abita e, simbolicamente, l'intera comunità di Dozza.
Dal punto di vista artistico, l'opera è particolarmente riuscita perché dialoga con l'architettura esistente: la porta non è un semplice supporto, ma diventa parte del significato dell'opera stessa. Questo conferma quanto sia importante il rapporto tra pittura e spazio urbano contraddistinguono i murales di Dozza e spiega perché "L'Angelo di Dozza" sia considerato uno dei simboli del paese.

Nel Polesine (1989) – Elvio Mainardi

Ho trovato interessante questo murale in via Edmondo De Amicis al civico 66, che raffigura un uomo e una donna più altre due figure in un contesto rurale interpretato come un sogno. L'opera è di Elvio Mainardi, definito il pittore della luce.
Il titolo richiama il Polesine, la pianura compresa tra i fiumi Po e Adige, terra d'origine dell'artista. Il paesaggio polesano è caratterizzato da acqua, bonifiche, argini, campi e orizzonti molto aperti, elementi che hanno fortemente influenzato l'immaginario di Mainardi. In Nel Polesine trasferisce quindi a Dozza una memoria visiva e culturale legata alla sua terra, creando un dialogo tra il borgo collinare emiliano e la pianura veneta.
Soggetto: Il murale raffigura scene di vita rurale o contadina, caratterizzate da uno stile che tende al surreale e all'onirico.
La presenza della coppia richiama la vita agricola tradizionale: l'uomo e la donna sono ritratti come figure simboliche del lavoro nei campi, della famiglia rurale e della continuità tra generazioni. La composizione tende a essere serena e raccolta, con un forte ruolo della luce, elemento che nelle opere di Mainardi conferisce calore umano e dignità ai soggetti rappresentati.
C'è una giovane figura femminile posta dietro, che può essere letta come una presenza del passato, una memoria o una proiezione generazionale che collega diverse età della vita.
Il riferimento al Polesine richiama con ogni probabilità il territorio veneto segnato storicamente dalla vita contadina e soprattutto dalla memoria della grande alluvione del 1951, evento rimasto profondamente impresso nell'immaginario italiano del dopoguerra. Anche se il murale non rappresenta direttamente una catastrofe, il paesaggio sullo sfondo, spoglio, quasi desertificato, con alberi isolati e tonalità terrose, suggerisce una dimensione di precarietà e sopravvivenza.
"La ragazza che guardava il cielo" (2025) - Andrea Gualandri
Suscita la curiosità questo murale dal significato quasi indefinito, con colori che vanno dal giallo al rosso e una figura di donna misteriosa e uno strano animale con zampe sottili raffigurato in basso.
L'opera è intitolata "La ragazza che guardava il cielo", realizzata dall'artista Andrea Gualandri nel 2025.
Il dipinto ritrae una figura femminile con un abito rosso mosso dal vento, accompagnata da un animale a quattro zampe su uno sfondo architettonico chiaro. Anche questo murale, come tanti altri, tratta immagini sospese tra sogno e memoria visiva più astratta.
L'opera è costruita attorno a una figura femminile enigmatica che occupa il centro della scena. Non è rappresentata in modo realistico: il volto appare parzialmente nascosto, quasi velato, mentre l'enorme abito sembra dissolversi e trasformarsi in materia pittorica. Le pennellate rosso-arancio e crema creano una massa vibrante che ricorda contemporaneamente un vestito, una fioritura o una combustione di colore. L'impressione finale è quella di una creatura elegante ma inquieta, colta in un momento di trasformazione. Non racconta una storia precisa: suggerisce piuttosto una narrazione aperta, lasciando allo spettatore il compito di immaginare chi sia questa “Signora” e da quale mondo provenga.
Sulla parete del Comune di Dozza è dipinto uno strano personaggio alieno con grandi orecchie che sembra accogliere i visitatori che attraversano il porticato a fianco.

“Franz, a new citizen” (2011) - Karin Andersen

Un'altra opera che colpisce e incuriosisce è “Franz, a new citizen” di Karin Andersen del 2011. E' perfettamente inserito nell’architettura del Palazzo Comunale che accoglie chi arriva a Dozza. La figura incombente che occupa gran parte della parete e appare come un gigante gentile che si affaccia sul paese. ha sembianze umanoidi, ma presenta evidenti tratti animali: il volto pallido, le grandi orecchie che ricordano quelle di un cane o di un altro mammifero, lo sguardo diretto e curioso. La postura è insolita: si adatta alla curva del portico, sembra piegarsi verso gli abitanti e verso chi attraversa la piazza, quasi a voler osservare o entrare in relazione con loro.
L'inserimento di una finestra reale all'interno del corpo dipinto crea un effetto di fusione tra architettura e figura: il murale non è semplicemente appoggiato al muro, ma sembra incorporare l'edificio stesso.
Il titolo, “Franz, a New Citizen”, suggerisce immediatamente il tema dell'accoglienza di un nuovo abitante nella comunità. Tuttavia Andersen non rappresenta un cittadino ordinario: sceglie un essere ibrido, a metà tra umano e animale. Questo è un elemento centrale della sua ricerca artistica, che mette in discussione la tradizionale separazione tra uomo e animale e la visione antropocentrica del mondo.
Osservando la foto, colpisce il contrasto tra l'orologio sull'arco e la figura di Franz. L'orologio rappresenta il tempo, l'ordine e la dimensione storica del borgo; Franz introduce invece l'immaginazione, il cambiamento e la possibilità di nuove forme di convivenza. In questo senso il murale sembra suggerire che una comunità viva non è soltanto custode della propria tradizione, ma anche capace di accogliere il diverso e l'inedito. Insomma, un messaggio non tanto nascosto e così tanto attuale.

Il murale su sfondo ocra è composto da un cerchio bianco con all'interno varie figure geometriche e organiche."Prima di noi" (2015) - Umberto Zanetti

Un "murale" davvero particolare e molto diverso dagli altri è il “Prima di noi” di Umberto Zanetti.  L'opera si inserisce perfettamente nella poetica dell'artista, caratterizzata da un forte legame con la natura, la geologia e le origini della vita.
Il titolo “Prima di noi” suggerisce una riflessione su ciò che precede l'umanità: la storia della Terra, l'evoluzione della vita, le forme primordiali della natura e il rapporto tra l'uomo e le sue radici più antiche. Questo tema è coerente con tutta la ricerca artistica di Zanetti, che spesso utilizzava pigmenti derivati da minerali e si ispirava a fossili, rocce e processi naturali.
Dal punto di vista visivo, vediamo un grande cerchio bianco posto su una parete color ocra. Al suo interno si sviluppa una sorta di costellazione di forme geometriche e organiche:
  • al centro domina una lunga figura triangolare e trasparente, simile a un obelisco, una vela o un cristallo;
  • intorno si distribuiscono pannelli rettangolari irregolari, ricchi di punti, linee e macchie colorate;
  • numerosi elementi ovali e concentrici ricordano pietre colorate, fossili o cellule osservate al microscopio;
  • sulla destra compare un cerchio suddiviso in settori colorati;
  • l'intera superficie è animata da piccoli punti luminosi e segni grafici che suggeriscono movimento e connessioni invisibili.
Dal punto di vista simbolico, il cerchio può essere letto come immagine dell'universo, del pianeta o della totalità dell'esperienza umana.
La struttura centrale, simile a una freccia o a un cristallo, introduce una direzione ascensionale: sembra collegare il basso e l'alto, la terra e il cosmo. Gli elementi disseminati attorno evocano invece frammenti di memoria, reperti geologici, pianeti o cellule.
Insomma, sembra un invito a riflettere su tutto ciò che esisteva prima della comparsa dell'uomo: la materia, le stelle, le trasformazioni geologiche e biologiche che hanno preparato il mondo in cui viviamo. E l'uomo non è il centro del mondo, ma una piccola parte di una storia immensamente più vasta.
E qui viene spontaneo il paragone con l'opera di Franz in New Citizen: mentre il primo parla dell'incontro con l'altro e della convivenza, Zanetti non guarda all'oggi, al "nuovo cittadino", ma tutto ciò che era qui prima di noi e che continua a esistere oltre la nostra esperienza individuale.
Seduti al tavolo, tre contadini sono intenti a cibarsi.

"L'Eterna Cosmologia dei Contadini" - Manuel Ruiz Pipò

Il titolo è particolarmente evocativo e offre già una chiave di lettura importante. L'espressione “eterna cosmologia” suggerisce una visione del mondo fondata su cicli naturali, ritmi stagionali e leggi universali che si ripetono nel tempo. L'aggettivo “dei contadini” riporta invece a un sapere antico, costruito attraverso l'osservazione diretta della terra, del cielo, delle coltivazioni e delle stagioni. In questo senso il murale può essere interpretato come un omaggio alla cultura rurale, considerata non come una realtà arretrata ma come una forma di conoscenza profonda del rapporto tra uomo e natura.
Dunque vengono evidenziate due dimensioni che si relazionano vicendevolmente:
  • il microcosmo della vita contadina, fatta di lavoro quotidiano, semina e raccolto;
  • il macrocosmo dell'universo, dei cicli cosmici e del tempo naturale.
Il contadino diventa così una figura archetipica: colui che vive in sintonia con i ritmi della terra e che, attraverso il lavoro agricolo, partecipa a un ordine più grande che precede e supera l'individuo.
L'opera dialoga bene con il contesto di Dozza e delle colline romagnole, dove il paesaggio agricolo è parte integrante dell'identità locale. Come molte opere del Muro Dipinto, non è soltanto una decorazione murale ma una riflessione sul luogo in cui si trova e sulla memoria collettiva che quel luogo custodisce.
Una tavola coperta da una tovaglia chiara e delle nature morte composte da frutta e bicchiere di vino a simboleggiare i prodotti della terra.

"Doni di Cerere" (1979) - Rocco Alberto

Questo murale che potrebbe passare inosservato, a prima vista sembra una banale natura morta, ma fa capire nel suo titolo, molto di più. E' un'opera che rivela una forte componente simbolica e una raffinata ricerca di equilibrio formale.
L'immagine è costruita attorno a una tavola coperta da una tovaglia chiara che occupa il centro della composizione. Sopra il tavolo sono disposti pochi elementi essenziali: una bottiglia di vino; un bicchiere; una coppa colma di grappoli d'uva; alcuni frutti; una grande fetta di cocomero.
La scena è estremamente ordinata e tranquilla. Lo sfondo rosato, attraversato da una sottile trama di  screpolature, ricorda gli antichi affreschi o le pareti consumate dal tempo. Le due masse scure laterali incorniciano la tavola come quinte teatrali, guidando lo sguardo verso il centro.
I colori sono attenuati, quasi polverosi: rosa, ocra, bruni e avorio. Non c'è alcun compiacimento realistico; gli oggetti sembrano sospesi in una dimensione meditativa e senza tempo.
Ma è il titolo la chiave dell'opera.
Nella cultura romana Cerere era la dea della fertilità, dell'agricoltura e dell'abbondanza, protettrice dei raccolti e dei frutti della terra.
I "doni" di Cerere sono quindi i prodotti che vediamo sulla tavola: l'uva, legata alla vendemmia; il vino, la trasformazione del frutto della terra; i frutti maturi; il cocomero, simbolo dell'estate e della fertilità.
L'artista non rappresenta la dea, ma ciò che essa concede agli uomini: l'abbondanza agricola e il nutrimento.
Da qui si intravede lo stretto legame con con Dozza perché l'opera dialoga profondamente con il territorio. Dozza è storicamente immersa in un paesaggio agricolo dominato da vigneti e coltivazioni. La presenza dell'uva e del vino non è casuale: richiama direttamente la cultura contadina dell'Emilia-Romagna e la tradizione vitivinicola locale.
In questo senso il murale può essere letto come un omaggio alla civiltà rurale e al lavoro della terra.
Viene quasi spontaneo paragonare questa opera con altre già commentate in questa pagina. Se Franz di Karin Andersen guarda al futuro e all'accoglienza del diverso, e Prima di noi di Zanetti riflette sul tempo cosmico e geologico, Doni di Cerere parla invece di ciò che rende possibile la vita quotidiana: il raccolto, il cibo, la fertilità della terra.
La tavola appare quasi come un altare dedicato alla natura. Gli oggetti non sembrano pronti per essere consumati, ma offerti alla contemplazione. L'opera trasmette un senso di gratitudine verso i cicli agricoli e verso quella ricchezza semplice e concreta che, da millenni, sostiene le comunità umane.
         
   
  
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